
La storia di Malefica, così come è raccontata nel film Maleficent, può essere letta come una metafora dello sviluppo di diverse parti del sé a seguito di una profonda ferita narcisistica.
All’inizio della storia, Malefica è una fata potente e libera, custode di territori fantastici e incontaminati, che possiamo interpretare come un mondo interno inviolato e rigoglioso. La sua stessa esistenza, tuttavia, disturba un mondo esterno in cui vivono uomini guidati dal senso del possesso, dai quali Malefica non può essere percepita che come un “altro da sé” pericoloso in quanto inconoscibile e indomabile.
La vita di Malefica subisce un punto di rottura quando sperimenta un profondo tradimento: un atto di violenza da parte di chi le aveva promesso amore e protezione. Perde le sue ali, simbolo della sua vitalità e risorsa che le permetteva di preservare il suo mondo interno. A strappargliele è il suo primo amore, Stefano, a cui aveva permesso di entrare nel suo territorio e che invece sacrifica la sua inviolabilità per la propria ambizione di diventare re.
Questa mutilazione rappresenta un lutto impossibile da elaborare per Malefica e comporta la perdita della fiducia nella possibilità di amare ed essere amata. Malefica erige un muro di spine a protezione del suo mondo, si allontana da qualsiasi relazione e converte il dolore in rabbia. Conserva però una parte di sé, il corvo suo aiutante, che mantiene una funzione esplorativa nel mondo esterno oltre le spine.
Questo aiutante le permette di contattare la nascita di Aurora, che possiamo vedere non solo come la principessa della fiaba, ma come una parte dissociata del Sé di Malefica: una sorta di bambina interiore, innocente e vulnerabile, separata dalla coscienza di Malefica per proteggerla dal dolore del trauma. Aurora incarna ciò che Malefica non può più vivere direttamente: la fiducia e la possibilità di esplorare un mondo esterno fatto di relazioni e meraviglia oltre che di pericoli.
La relazione che si sviluppa tra le due rappresenta un processo di riavvicinamento intrapsichico. Malefica da un lato condanna Aurora, attraverso un “maleficio”, all’isolamento e ad un sonno difensivo eterno, riscattabile solo da un “vero amore” che però Malefica è convinta non esista. Dall’altro, inizia a prendersi cura di lei, della parte di sé rifiutata e sospesa. Malefica osserva Aurora, la protegge assumendo il ruolo di una, pur recalcitrante, fata madrina.
Più Malefica entra in contatto con Aurora, che la sorprende abbracciandola e dicendole: ti vedo (“vedo sempre la tua ombra accanto a me”) più sente il peso del fatto che Aurora non può crescere ed evolvere perché porta con sé il peso del suo trauma. Vorrebbe liberarla, ma non sa come. La riparazione del trauma diventa possibile quando Malefica riconosce la propria storia e le emozioni che l’hanno portata a misure difensive come quella sorta di morte in vita. Riesce a provare un reale dispiacere per Aurora, quella bambina addormentata, si rende conto di poterla amare e attraverso questo amore la libera dal sortilegio che la tiene sospesa nel tempo. Lo fa lei, attraverso un “bacio del vero amore”, che in questa storia non è un principe a dare, bensì la parte ferita del sé che stabilisce una vera connessione con la propria bambina interiore, dissociata per sopravvivere.
Non può essere l’amore di un’altra persona a riparare la ferita originaria, ma la connessione e l’integrazione tra le diverse parti del sé, che possono guarirsi a vicenda.
Quando Aurora si risveglia dal suo sonno, può restituire a Malefica le sue ali, che scopriamo essere chiuse in una teca nel castello di Stefano, ma ancora vive.
Liberando Aurora, Malefica quindi può riappropriarsi di ali simbolo di vitalità e autonomia, di un Sé integrato e della possibilità di amare e vivere pienamente ciò che era stato congelato.
Da questa prospettiva, Maleficent non racconta semplicemente la redenzione di un personaggio o la lotta tra bene e male. È una potente metafora del processo di guarigione post-traumatica: ciò che era stato dissociato per sopravvivere può essere restituito alla vita interna, restituendo al Sé coesione e vitalità.
A chiudere la narrazione, la versione finale di Once Upon a Dream, cantata da Lana Del Rey, aggiunge un’ulteriore dimensione emotiva. La canzone parla di un amore idealizzato: “mi amerai subito, come facesti una volta in un sogno”. Queste parole, pronunciate in un’atmosfera oscura, lasciano presagire che il sogno possa preludere anche a una caduta, nonostante le ali.
La storia mostra così che tra sogno e caduta esistono molte strade percorribili, che non sempre hanno a che fare con un principe azzurro.