Quante volte te l’ho detto?
Ma cos’hai nella testa?
Possibile che tu non capisca?
Mi fai perdere la pazienza!
A molti genitori capita di relazionarsi con rabbia o durezza con i propri figli in momenti di torte tensione, per poi trovarsi, una volta passata l’onda emotiva, a provare disagio o sentimenti di colpa. A posteriori ci si può trovare a chiedersi con dispiacere Perché ho urlato?, Perché ho reagito in quel modo?.
Forse la prima domanda da porsi riguarda quale emozione ha realmente orientato il proprio sfogo. Era davvero rabbia?
Come descrive Daniel J. Siegel, quando il sistema nervoso entra in uno stato di elevata attivazione emotiva perdiamo temporaneamente la capacità di riflettere con lucidità e di integrare ciò che proviamo.
D’altra parte, nelle relazioni di attaccamento le emozioni raramente si presentano in modo isolato. Quando un genitore percepisce una minaccia per l’incolumità fisica o psicologica o per il percorso evolutivo del proprio figlio, il primo vissuto è frequentemente costituito da emozioni di vulnerabilità: paura, apprensione, angoscia, senso di impotenza, preoccupazione.
Il sistema di accudimento, descritto da John Bowlby e successivamente approfondito da autori come Giovanni Liotti, si attiva quando il genitore percepisce il figlio come esposto a un pericolo.
Più il legame di attaccamento è significativo, più intensa può essere l’attivazione emotiva del genitore.
In alcuni casi, tuttavia, le emozioni che ci fanno sentire vulnerabili risultano difficili da tollerare o da esprimere. È allora che può emergere la rabbia.
L’emozione della rabbia può essere naturalmente anche primaria, non è solo un’emozione di copertura rispetto alla paura o ad altre emozioni.
Tuttavia, in molte situazioni relazionali può assumere una funzione difensiva, proteggendo il contatto con emozioni più dolorose come appunto la paura, il dolore o il senso di impotenza.
Pensiamo a un bambino che attraversa improvvisamente la strada senza guardare.
Il genitore prova un intenso spavento. Per una frazione di secondo immagina che possa succedere qualcosa di irreparabile. Quando il pericolo è passato, quella paura può rapidamente trasformarsi in un rimprovero: Ma cos’hai nella testa? Sei un irresponsabile!
Quello che il bambino percepisce è la rabbia e la svalutazione.
Quello che il genitore ha vissuto, spesso, è stato invece prima di tutto il terrore di perderlo.
Quando il genitore riesce a riconoscere il proprio stato emotivo, il messaggio cambia profondamente: Mi sono spaventato molto. Quando ti ho visto attraversare così ho avuto paura che ti succedesse qualcosa. Per questo mi sono arrabbiato. Possiamo parlarne?.
In questa risposta il limite rimane chiaro, ma il bambino riceve anche un’informazione fondamentale: la rabbia dell’adulto nasce dalla preoccupazione, non dal rifiuto.
Questa capacità di riconoscere e dare significato ai propri stati interni rappresenta uno degli aspetti centrali della funzione riflessiva o mentalizzazione, descritta da Peter Fonagy.
Quando il genitore riesce a comprendere ciò che accade nella propria mente e in quella del bambino, favorisce lo sviluppo della regolazione emotiva e di un attaccamento più sicuro.
Esiste poi un ulteriore livello di comprensione: quello transgenerazionale.
Le modalità con cui reagiamo emotivamente ai nostri figli affondano spesso le proprie radici nella storia delle relazioni di cui siamo stati parte.
Il tono di voce, il modo di gestire la paura, la difficoltà a esprimere vulnerabilità, la tendenza a ricorrere immediatamente al rimprovero o al controllo possono rappresentare modelli interiorizzati durante l’infanzia. Non ci sono stati trasmessi solo attraverso ciò che ci è stato detto, ma soprattutto attraverso ciò che abbiamo ripetutamente osservato e sperimentato.
Gli studi di Mary Main e collaboratori sulla trasmissione intergenerazionale dell’attaccamento, attraverso l’Adult Attachment Interview (AAI), hanno mostrato che il modo in cui gli adulti organizzano narrativamente le proprie esperienze di attaccamento è associato alla qualità dell’attaccamento che i loro figli sviluppano nella prima infanzia. Questo non significa che il passato determini inevitabilmente il futuro, ma che la consapevolezza della propria storia possa interrompere automatismi che, altrimenti, tenderebbero a ripetersi.
Per questo motivo, il lavoro educativo del genitore non consiste nell’eliminare la rabbia, emozione umana e necessaria, ma nel riuscire, quando possibile, a domandarsi: che cosa sto sentendo dentro di me in questo momento? Che cosa voglio comunicare realmente a mio figlio?
Riconoscere queste emozioni rende un genitore più consapevole, e questa consapevolezza può diventare uno dei più importanti fattori di protezione per la relazione con il proprio figlio.