La vergogna negli attacchi di panico: se chiedere aiuto apre una ferita

Quando si parla di attacchi di panico (qui il mio articolo a riguardo), l’attenzione si concentra prevalentemente sulla paura: la paura di stare male, di perdere il controllo, di svenire o che l’attacco possa ripresentarsi. 
Tuttavia, nella pratica clinica emerge spesso un’altra emozione, meno evidente ma altrettanto significativa: la vergogna.
Molte persone raccontano che, dopo i primi episodi di panico, ciò che ha iniziato a pesare maggiormente non è stato solo il sintomo in sé, ma il modo in cui hanno iniziato a percepire sé stesse: la difficoltà a svolgere attività che prima apparivano semplici, il bisogno di essere accompagnate, l’evitamento di alcuni luoghi o situazioni possono infatti mettere profondamente in discussione l’immagine che si è abituati ad avere di sé.
La vergogna non nasce tanto dall’evento in sé, ma dal significato che gli attribuiamo. In particolare, riguarda il modo in cui valutiamo noi stessi

Chi soffre di attacchi di panico può pensare di essere debole, fragile o incapace, temendo il giudizio degli altri e mettendo in discussione il proprio valore personale. Si può sviluppare la convinzione di essere diversi o di non essere più all’altezza delle aspettative proprie e altrui.

Le persone che sviluppano un disturbo di panico sono proprio le più abituate, in condizioni di normalità, ad essere autonome, affidabili e responsabili. Sono persone che hanno imparato a gestire le difficoltà senza chiedere aiuto e che tendono a sentirsi a proprio agio nel ruolo di chi sostiene gli altri, non di chi riceve sostegno.
Per questo, rinunciare temporaneamente ad alcune attività che il panico porta ad evitare, aver bisogno della presenza di qualcuno o non sentirsi più completamente padroni delle proprie reazioni può entrare in conflitto con l’immagine di sé costruita nel tempo.

La vergogna è un’emozione profondamente relazionale: il modo in cui impariamo a percepire la nostra vulnerabilità si sviluppa principalmente attraverso le esperienze vissute con le figure di riferimento durante l’infanzia. Se la vulnerabilità, nelle relazioni primarie, viene ripetutamente minimizzata, criticata o associata a debolezza, è possibile che la persona impari a considerare il bisogno di aiuto come qualcosa di cui vergognarsi.
Uno degli effetti più frequenti della vergogna, anche per questo motivo, è la tendenza a nascondere ciò che si sta vivendo. A volte si continua a lavorare, a uscire e a mantenere una vita apparentemente normale, cercando però di non mostrare le proprie difficoltà. Spesso si evita di parlarne anche con le persone più vicine per timore di essere giudicati, incompresi o considerati fragili.
Si può così instaurare un circolo vizioso: la paura genera vergogna, la vergogna porta a nascondersi e l’isolamento riduce ulteriormente la percezione di sicurezza, contribuendo a mantenere il problema nel tempo.

Una convinzione diffusa è che avere bisogno degli altri rappresenti un fallimento personale o una perdita di autonomia. Ma chiedere aiuto non significa essere deboli. Al contrario, la ricerca psicologica mostra che autonomia e capacità di chiedere sostegno non sono in contraddizione. Gli esseri umani sono, per loro natura, profondamente relazionali e la possibilità di affidarsi a qualcuno nei momenti di difficoltà costituisce una risorsa evolutiva, non un segno di immaturità. Una solida autonomia non coincide con l’idea di non aver bisogno di nessuno, ma con la capacità di mantenere il proprio senso di sé anche all’interno di relazioni di sostegno.

Il ruolo della psicoterapia

Uno degli obiettivi della psicoterapia è offrire uno spazio in cui la persona possa raccontare anche gli aspetti di sé che più tende a nascondere: la paura, il senso di impotenza, la dipendenza dagli altri, la sensazione di non essere più quella di prima. All’interno di una relazione terapeutica caratterizzata da ascolto, accoglienza e assenza di giudizio, è possibile attribuire un significato diverso ai sintomi. In questo lavoro, possono essere utili anche approcci orientati all’elaborazione delle esperienze traumatiche e delle memorie emotive, come l’EMDR, che aiutano il sistema nervoso a distinguere le minacce appartenenti al passato dalle condizioni di sicurezza presenti nella vita attuale.

(Illustrazione di Hao Hao)

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