
Nel discorso sociale sul benessere dell’individuo nella sua vita relazionale, la cultura in cui siamo immersi attraverso social media e letteratura divulgativa, ha posto al centro in modo più marcato che in passato il tema della tutela dei propri confini e dell’autonomia personale.
Riconoscere i propri bisogni, individuare dinamiche relazionali disfunzionali e legittimarsi a scegliere, sono naturalmente aspetti fondamentali per la cura di sé.
Viviamo però in un’epoca che sembra sempre più dominata da una retorica orientata alla crescita personale focalizzata in modo quasi esclusivo sull’auto-protezione e sulla salvaguardia del sé.
I social sono saturi di vademecum su come allontanare le persone tossiche, stabilire confini e praticare il no contact come strumento per preservare il proprio benessere psicologico e fisico. Questi aspetti della cultura attuale, se sono necessari in circostanze caratterizzate da abusi e manipolazione, sembrano però corrispondere ad una crescente difficoltà nel sostare nella complessità dei legami.
Ogni competenza psicologica può perdere equilibrio quando viene utilizzata in modo esclusivo.
Siamo attrezzati per competenze quali dire no e allontanarci da una situazione, ma lo siamo a restare e lavorare sulle difficoltà davanti alle quali una relazione ci pone?

Appare meno approfondita dal discorso comune la capacità di tollerare il conflitto e la frustrazione, la noia e i momenti di stasi fisiologica di ogni rapporto, la sgradevole ma preziosa esperienza del confrontarsi con gli aspetti anche critici di sé con i quali una relazione duratura, che passa inevitabilmente attraverso le nostre ferite e quelle dell’altro, ci mette a confronto.
Forse non nutriamo abbastanza l’educazione sentimentale e sociale sulla parte più complessa, faticosa e meno instagrammabile dell’affettività: la manutenzione del legame.
La logica della scelta infinita e continua e la possibilità di sostituire rapidamente oggetti, esperienze e contatti possono influenzare il modo in cui interpretiamo le relazioni.
Sostituire o interrompere un rapporto offre una gratificazione immediata. Nel momento in cui decidiamo di tagliare i ponti sperimentiamo una scarica di adrenalina legata al senso di auto-efficacia e controllo: ci sentiamo ripuliti, integri e apparentemente superiori.
Il controllo sembra anche diventato ad ampio raggio uno strumento (illusorio) che scambia verifiche per presenza, continue prove per amore.
Al contrario, riparare è un lavoro bilaterale, lento, che richiede di deporre le armi e di mettersi in discussione, coltivare fiducia in un’alterità che sa che l’altro resta un mistero che non può e non vuole essere indagato e controllato fino in fondo.
Laddove rischia di affermarsi una rappresentazione della relazione come valida finché risponde in modo diretto ai nostri bisogni, magari quello di picchi emotivi sempre di segno positivo, la presenza di conflitti o periodi di difficoltà viene talvolta interpretata come un segnale di incompatibilità invece che un’occasione per valutare la possibilità decostruire qualcuno del propri schemi e attrezzarsi per poter attraversare insieme momenti critici.
Quanto stiamo apprendendo dagli stimoli che abbiamo intorno a fare questo, acquisire queste competenze?
La teoria dell’attaccamento ha mostrato come la sicurezza relazionale non derivi dall’assenza di rotture, ma dalla possibilità di sperimentare processi di riparazione. Nelle prime relazioni di cura, il bambino costruisce fiducia non perché l’adulto sia sempre perfettamente sintonizzato, ma perché sperimenta che una momentanea perdita di connessione può essere riconosciuta e recuperata.
La capacità di riparare implica tollerare l’ambivalenza, riconoscere la propria vulnerabilità e mantenere la curiosità verso l’esperienza dell’altro ed il mistero della sua alterità anche nei momenti di distanza.
Quando pensiamo alla riparazione può venirci in mente l’approccio del Kintsugi giapponese. Nella tradizione giapponese, il Kintsugi è l’arte di riparare la ceramica frantumata saldando le crepe con l’oro liquido. L’oggetto riparato non nasconde le sue fratture; le esibisce come elementi di pregio, diventando più resistente e unico rispetto a prima.
Non stiamo parlando, ovviamente, del cercare di rimanere in contesti disfunzionali o violenti, né di non accettare il rifiuto dell’altro.
Si tratta di discernere tra ciò che è strutturalmente distruttivo (ovvero ciò che non appartiene alla sfera dell’amore o dell’affetto gratuito) e ciò che è umano, fallibile e bisognoso di cura.
In una società che tende spesso a privilegiare la rapidità della soluzione e la sostituzione di ciò che non funziona immediatamente, recuperare una cultura della manutenzione dei legami significa riconoscere che la profondità relazionale non nasce dalla perfezione e dalla gioia perpetua, ma dalla possibilità di trasformare le inevitabili fratture in occasioni di maggiore comprensione, dell’altro ma prima di ogni altra cosa di sé stessi.