Attacchi di panico, attaccamento e regolazione emotiva e: quando il cambiamento riattiva il bisogno di sicurezza

La sicurezza si costruisce attraverso le relazioni

La teoria dell’attaccamento, elaborata da John Bowlby e ampliata successivamente da numerose ricerche nell’ambito della psicologia dello sviluppo, descrive come il bisogno di protezione e vicinanza rappresenti un sistema motivazionale primario dell’essere umano.
Il neonato dipende completamente dalle figure di accudimento per la propria sopravvivenza fisica ed emotiva. Inoltre, attraverso interazioni quotidiane con i caregiver, il bambino costruisce progressivamente delle rappresentazioni interne (i MOI, modelli operativi interni) che organizzano il modo di percepire se stesso, gli altri e il mondo, influenzando il modo in cui interpretiamo le esperienze e affrontiamo i cambiamenti. 
Questi modelli rispondono implicitamente a domande quali: Posso fidarmi degli altri? Le persone saranno disponibili quando avrò bisogno di aiuto? Il mondo è sufficientemente sicuro? Sono capace di affrontare le difficoltà?

La regolazione emotiva nasce dalla co-regolazione

Grazie alla ricerca, oggi sappiamo che nessun bambino nasce con la capacità di gestire autonomamente i propri stati emotivi. Questa competenza si sviluppa attraverso la co-regolazione, ovvero grazie alla presenza di un adulto capace di riconoscere, comprendere, validare e modulare gli stati affettivi del bambino.
Quando un bambino prova paura, è il caregiver che legittima, normalizzandola e aiutandolo a tornare ad uno stato di sicurezza; quando manifesta rabbia, un adulto sufficientemente sintonizzato gli mostra che quell’emozione può essere contenuta senza compromettere la relazione; quando sperimenta tristezza, gli può offrire conforto e attribuire significato a quell’esperienza emotiva. 
In tal modo, attraverso la ripetizione di queste esperienze, il bambino interiorizza progressivamente le modalità di regolazione emotiva sperimentate nelle relazioni primarie. In altre parole, prima impariamo a regolare le emozioni insieme agli altri; solo successivamente sviluppiamo la capacità di autoregolarci.
Quando, invece, la nostra storia relazionale è stata caratterizzata da imprevedibilità, scarsa sintonizzazione emotiva, risposte incoerenti o difficoltà nell’accoglimento degli stati affettivi, per esempio da parte di un genitore molto impaurito, depresso o con difficoltà di gestione della rabbia, alcune emozioni possono rimanere meno integrate e più difficili da modulare anche in età adulta.

Quando il corpo diventa il linguaggio delle emozioni

Le emozioni che non riescono a essere riconosciute, mentalizzate e integrate non vengono del tutto dimenticate dal nostro sistema mente-corpo, ma possono trovare espressione attraverso la memoria corporea.
Per questo, l’attacco di panico può essere considerato l’espressione di un sistema nervoso sovraccaricato da emozioni legate all’area della vulnerabilità che non sono state riconosciute o hanno dovuto essere inibite a favore della necessità di funzionare in modo improntato all’iper-autonomia e indipendenza o alla compiacenza nei confronti dei bisogni dell’altro, e che, in punti di snodo della propria storia di vita, possono riemergere. 

Il panico come segnale di una transizione evolutiva: crescere significa anche separarsi

Lasciare la casa dei genitori, strutturare una relazione sentimentale stabile o perderla, diventare genitore o perdere il proprio, intraprendere un nuovo percorso professionale, come molti altri punti di snodo della vita, rappresentano passaggi che comportano una forma di separazione psicologica. 

Non parliamo di distacco affettivo, ma della possibilità di costruire un’identità separata e indipendente pur mantenendo i propri legami significativi, laddove ogni processo di sviluppo implica una progressiva differenziazione dalle figure di riferimento.
Dal punto di vista evolutivo, tali transizioni richiedono una riorganizzazione dei sistemi di attaccamento e di regolazione emotiva. 
Per questo motivo possono riattivare vissuti di vulnerabilità, soprattutto quando le esperienze precoci non hanno favorito un senso sufficientemente stabile di sicurezza esterna e interna.
Il panico allora può essere interpretato come l’espressione di un sistema di regolazione che sta affrontando un’importante fase di riorganizzazione.
Può rappresentare un conflitto che riguarda due bisogni fondamentali dell’essere umano: quello di appartenenza e quello di individuazione. Entrambi sono essenziali per uno sviluppo sano. La sofferenza nasce quando l’autonomia viene vissuta, implicitamente, come una possibile minaccia alla relazione, oppure quando il mantenimento del legame sembra richiedere la rinuncia alla propria individuazione.

Il lavoro psicoterapeutico mira a collegare ciò che esperiamo nel presente alle nostre esperienze passate, trovando significati, integrando le esperienze emotive in una narrazione coerente, consolidando la capacità di autoregolazione e la costruzione di un senso di sicurezza interna che permetta di affrontare i cambiamenti evolutivi mantenendo un senso di continuità del sé. 

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