Quando la fretta può lasciare un segno: il bisogno di controllo del bambino durante le procedure mediche. 

Nella mia pratica clinica mi è capitato di incontrare bambini che, dopo un’esperienza medica vissuta con forte paura e disagio, sviluppano un rifiuto intenso verso visite, vaccinazioni, prelievi o qualsiasi altra procedura sanitaria. Di tali situazioni, infatti, ciò che il bambino ricorda è principalmente la sensazione di aver perso il controllo sul proprio corpo e di aver sperimentato un estremo senso di impotenza.
È il corpo del bambino a ricordare. La ricerca sul trauma psicologico ha mostrato che gli eventi vissuti come minacciosi non vengono registrati tanto e soltanto attraverso il ricordo dell’evento in sé, ma anche e soprattutto attraverso le sensazioni corporee, le emozioni e le risposte automatiche di allarme del sistema nervoso

Dal panico alla fiducia: proteggere il sistema nervoso del bambino durante le procedure mediche.

Come sottolinea Daniel Siegel nei suoi studi sul cervello relazionale e sull’integrazione mente-corpo, il modo in cui un’esperienza viene vissuta e integrata dipende profondamente dal livello di sicurezza percepito e dalla capacità del sistema nervoso di rimanere in uno stato di regolazione.
I bambini, soprattutto nei primi anni di vita, hanno un profondo bisogno di prevedibilità. Hanno bisogno di sapere cosa sta per accadere, di avere il tempo di comprendere la situazione e di sentire che gli adulti sono fonti di sicurezza verso cui poter nutrire fiducia.
Questo bisogno è coerente con il modello dell’attaccamento elaborato da John Bowlby: il bambino esplora e affronta esperienze difficili più facilmente quando percepisce la presenza di una figura adulta come una “base sicura”, capace di proteggerlo e aiutarlo a regolare le emozioni, tra le quali compare anche la paura.

Quando un bambino si oppone con forza a una procedura medica, il suo comportamento non è quasi mai un “capriccio”. Nella maggior parte dei casi è una risposta di paura. Il suo sistema nervoso percepisce una minaccia e reagisce con meccanismi naturali di difesa: piange, si irrigidisce, cerca di scappare, urla, si dimena.

Purtroppo, a volte, per motivi organizzativi o per la necessità di eseguire rapidamente una procedura, accade che il bambino venga trattenuto con la forza da più adulti mentre si dibatte e piange disperatamente. È comprensibile che chi lavora in ambito sanitario possa trovarsi sotto pressione e che alcune procedure non possano essere rimandate. È però importante riflettere su ciò che vive il bambino e su come agire in modo da tenerne conto. Quando procedure sanitarie molto veloci e standardizzate ignorano i bisogni del bambino inerenti controllo, previsionalità, senso di sicurezza, infatti, i fattori di rischio per lo stress emotivo si amplificano. Molti studi sul trauma in età evolutiva hanno evidenziato come il senso di impotenza, la perdita di controllo e l’impossibilità percepita di sottrarsi a una situazione vissuta come minacciosa possano contribuire alla costruzione di una memoria traumatica. 

Secondo il modello della “finestra di tolleranza” descritto da Siegel, quando l’attivazione emotiva supera una certa soglia il bambino può perdere temporaneamente la capacità di utilizzare pienamente le propri risorse cognitive: spiegazioni razionali, richiami alla calma o richieste di collaborazione possono diventare difficili da recepire. Non perché il bambino non voglia collaborare, ma perché il suo cervello è impegnato a fronteggiare una minaccia percepita.
In quei momenti il bambino non ha bisogno che qualcuno vinca la battaglia per arrivare all’obiettivo, ma che di essere aiutato a ritrovare un senso di sicurezza.

Bessel van der Kolk ha sottolineato come le esperienze traumatiche possano rimanere inscritte non solo nella memoria narrativa, ma anche nei circuiti corporei e nelle risposte automatiche di allerta.
Anche Stephen Porges, attraverso la teoria polivagale, ha evidenziato il ruolo dei sistemi neurobiologici che regolano sicurezza, connessione sociale e difesa. Quando il bambino percepisce una situazione come minacciosa, il sistema nervoso può attivare risposte automatiche di lotta, fuga o immobilizzazione, indipendenti dalla volontà cosciente.
Quando questo accade, alcuni bambini possono sviluppare una memoria emotiva molto intensa.
Da quel momento non sarà più soltanto “la puntura” o l’episodio specifico vissuto a fare paura. Potranno essere attivati da trigger come il camice bianco, l’ambulatorio, il lettino, il semplice fatto che qualcuno si avvicini per visitarli.

Per questo, quando è clinicamente possibile, vale la pena investire qualche minuto e attenzione in più per rallentare e consentire al sistema nervoso del bambino di calmarsi così da poter ottenere la sua collaborazione. Come?
Gli studi qualitativi in ambito pediatrico in cui sono stati interpellati direttamente i piccoli pazienti e i loro genitori evidenziano che i bisogni dei bambini convergono verso due pilastri fondamentali: avere il controllo e poter nutrire fiducia
I piccoli descrivono ad esempio la necessità di attivare micro-rituali per dominare lo stress, di sapere esattamente quello che succederà senza essere “ingannati” o presi alla sprovvista, di visionare in anticipo gli strumenti medici sapendo a cosa servono, di poter scegliere, per ciò che è possibile.

Può venirci in aiuto il modello delle 3R (Regulate, Relate, Reason), un approccio neurosequenziale sviluppato dal B. D. Perry, neuroscienziato. Perry ci ricorda che il cervello elabora gli stimoli stressogeni dal basso verso l’alto (bottom-up). Quando un bambino è in preda al panico, la sua corteccia prefrontale (la mente logica) è temporaneamente disattivata, mentre le aree inferiori e primitive (tronco encefalico e sistema limbico) controllano la risposta di sopravvivenza. Tentare di usare la logica con un bambino terrorizzato è biologicamente impossibile. È necessario procedere per gradi. 
1-Regolare: prima di ogni altra cosa dobbiamo aiutare il bambino a calmare il corpo e disattivare l’allarme fisiologico del tronco encefalico. In questa fase l’adulto funge da co-regolatore attraverso un tono di voce basso, un ritmo lento, una postura accogliente e favorendo una respirazione profonda, orientando il bambino nella stanza ma riducendo al minimo gli stimoli visivi ansiogeni (come la vista degli aghi).
2-Relazionarsi: una volta che il corpo si è parzialmente stabilizzato, ci sintonizziamo con il sistema limbico ed emotivo. Il medico o il genitore convalida la paura del bambino (“Vedo che hai paura, è normale, sono qui con te”), stabilisce un contatto visivo dolce e crea una connessione empatica che fa sentire il piccolo al sicuro e protetto.
3- Ragionare: Solo quando il bambino è sufficientemente regolato nel corpo e connesso nella relazione, la corteccia prefrontale si riattiva. Questo è l’unico momento in cui è possibile spiegare la procedura con parole semplici e oneste e, soprattutto, offrire al bambino delle micro-scelte concrete, restituendogli un senso di controllo e padronanza.

Un bambino calmo non è un bambino che non ha alcuna paura. È un bambino il cui sistema nervoso, guidato dall’adulto, ha ritrovato abbastanza sicurezza da poter affrontare un’esperienza difficile.

Naturalmente esistono situazioni di emergenza in cui non è possibile attendere. Ma nella maggior parte delle procedure ambulatoriali qualche minuto dedicato alla preparazione può fare la differenza, non solo nell’immediato ma anche nel rapporto futuro del bambino con le cure.

Anche i genitori possono fare molto per restituire al bambino un senso di controllo.
Prima di una visita può essere utile concordare insieme al bambino alcune domande da fare al pediatra:

“Cosa succederà oggi?”
“Quanto durerà?”
“Cosa sentirò?”
“Perché mi è utile?”

Sapere in anticipo cosa accadrà non elimina necessariamente la paura, ma la rende affrontabile. Il bambino sente di poter partecipare, fare domande e prepararsi. Invece di subire passivamente ciò che accade, sviluppa padronanza e fiducia, e la fiducia, come ricordano i modelli relazionali dello sviluppo e della neurobiologia interpersonale, è uno degli strumenti terapeutici più potenti che abbiamo.

Eventuali esperienze traumatiche pregresse del bambino, anche se avvenute primariamente sul piano delle sensazioni corporee e non dei ricordi espisodici, possono essere rielaborate. Attraverso una relazione sicura, esperienze correttive e, quando necessario, un percorso psicologico, molti bambini riescono a recuperare fiducia e ad affrontare nuovamente le cure con maggiore serenità.
Nella mia pratica clinica utilizzo spesso l’EMDR, un approccio terapeutico basato sui modelli di elaborazione adattiva delle informazioni, che può aiutare il bambino a rielaborare ricordi vissuti come traumatici e a ridurre la risposta di allarme associata all’esperienza.

Una scheda riassuntiva da scaricare:

Follow: