
Nell’attacco di panico il corpo sembra improvvisamente diventare un nemico, qualcosa da cui ci sentiamo traditi, e che non riconosciamo più. In realtà, i sintomi che fanno più paura, sono proprio quelli che il corpo utilizza per proteggerci.
Davanti a una minaccia, che sia reale o percepita, il cervello attiva una serie di risposte automatiche che preparano il corpo ad affrontare il pericolo. Durante un attacco di panico si attiva il sistema nervoso autonomo, che regola funzioni automatiche come battito cardiaco, respirazione, pressione e digestione.
Il cuore aumenta la frequenza per portare più sangue ai muscoli.
La respirazione accelera per fornire più ossigeno.
I muscoli si contraggono per prepararsi all’azione.
L’attenzione si restringe per individuare meglio la minaccia.
Insomma, l’attacco di panico è ciò che accade quando il corpo entra, pur apparentemente senza motivo, in quella che chiamiamo modalità sopravvivenza.
Si mette in modo ciò che il il sistema nervoso è programmato per fare quando percepisce un intenso pericolo e, sentendo di non avere la possibilità di mettere in atto reazioni di fuga o di attacco, produce risposte di immobilizzazione, dissociazione e senso di irrealtà. Ecco perché durante un attacco di panico molte persone riferiscono di sentirsi “fuori da sé”, di temere di perdere il controllo o che tutto sembra improvvisamente diventato irreale.
È un sistema straordinariamente efficace, che ha permesso ai nostri antenati di sopravvivere davanti a un predatore. Il problema è che il nostro sistema nervoso può attivarsi non solo davanti a un pericolo concreto, ma anche in base ad una sensazione interna. Per questo l’attacco di panico può essere visto come l’attivazione di un sistema di allarme ben funzionante ma in assenza di una reale minaccia. Perché quindi?
Ad un primo sguardo spesso questo tipo di reazione appare inspiegabile. E’ come se il corpo raccontasse una storia che la mente non conosce.
Nella mia pratica clinica incontro spesso persone che sviluppano il primo attacco di panico non durante una fase della vita particolarmente difficile, ma quando un periodo di stress sembra passato, oppure addirittura quando finalmente qualcosa sembra andare nella direzione desiderata: una nuova relazione, l’acquisto di una casa, un nuovo lavoro. Alcune persone raccontano che il panico compare proprio mentre stanno vivendo qualcosa di piacevole: una cena con gli amici, una vacanza, una serata serena.
A volte il primo attacco di panico arriva nel momento in cui una persona inizia davvero a mettere le basi per la propria autonomia.
Oppure, al contrario, quando ci si appresta ad affidarsi a qualcosa o qualcuno allentando un sistema di indipendenza molto rodato.
E’ un paradosso solo apparente.
Il cervello, infatti, non teme solo il pericolo reale, ma anche quello percepito, che a volte può proprio essere identificato con ciò che cambia e che quindi midofica l’assetto del sistema di sicurezza. Il sistema nervoso ha il compito di mantenere una condizione di sicurezza percepita: ogni cambiamento importante, anche se razionalmente percepito come positivo, richiede infatti di lasciare qualcosa di conosciuto per entrare in un territorio nuovo.
Se nella propria storia la sicurezza è sempre stata precaria, improntata ad un’estrema autonomia o al contrario molto dipendente dagli altri, il cambiamento nelle modalità di “attaccamento” nelle relazioni primarie può essere vissuto inconsciamente come una minaccia.
Talvolta, nella storia della persona, l’idea di costruire una vita autonoma o felice è stata inconsciamente associata alla paura di deludere, abbandonare o far soffrire qualcuno di importante.
Il sistema nervoso allora può interpretare la libertà come un rischio. Il sintomo diventa un modo per restare legato a ciò che un tempo garantiva sicurezza.
L’attacco di panico non è solo paura di morire, ma molto spesso è paura di vivere. Laddove vivere pienamente significa separarsi, scegliere, crescere, deludere qualcuno, diventare autonomi.
Secondo lateoria dell’attaccamento di John Bowlby, le prime relazioni con le figure di accudimento costruiscono dei “modelli operativi interni”: mappe inconsce che ci dicono quanto il mondo sia sicuro, quanto possiamo fidarci degli altri e quanto possiamo cavarcela da soli. Quando queste esperienze sono state caratterizzate da separazioni dolorose, imprevedibilità o difficoltà nella regolazione emotiva, diventare autonomi può attivare, anche molto tempo dopo, un antico sistema di allarme.
Il panico non parla il linguaggio delle parole, ma delle sensazioni.
Uno degli aspetti più destabilizzanti dell’attacco di panico è che sembra arrivare “dal nulla”. Nasce, in realtà, da emozioni che non hanno ancora trovato un modo per essere pensate.
La ricerca mostra che molte persone con disturbo di panico presentano una difficoltà a riconoscere, differenziare e dare un nome ai propri stati emotivi. Quando paura, tristezza, rabbia o vulnerabilità non riescono ad essere rappresentate mentalmente, il corpo, il sistema nervoso, diventa il luogo in cui quelle emozioni trovano espressione.
Un contributo molto interessante arriva dalle ricerche di Jaak Panksepp, fondatore della neuroscienza affettiva. Panksepp ha identificato alcuni sistemi emotivi innati presenti nel cervello dei mammiferi. Tra questi esiste proprio un sistema chiamato PANIC, strettamente collegato alle esperienze di separazione e alla perdita delle figure di riferimento. Per un cucciolo, separarsi dalla figura che lo protegge significa mettere a rischio la sopravvivenza. Per questo il sistema PANIC serve a richiamare la vicinanza dell’altro. Non a caso, durante un attacco di panico, molte persone sentano il bisogno urgente di telefonare a qualcuno, di essere accompagnate o di non rimanere sole.
Perché il panico continua a tornare?
L’attacco di panico è un’esperienza così intensa che può diventare esso stesso un trauma. Il cervello immagazzina il ricordo di quell’esperienza insieme alla convinzione che potrebbe ripetersi da un momento all’altro. Nasce così la paura della paura: la persona inizia a monitorare continuamente il proprio corpo. Ogni minima variazione del battito, del respiro o della pressione viene interpretata come il possibile inizio di un nuovo attacco. Il corpo, da luogo abitato e conosciuto, diventa un territorio imprevedibile. Questa trasformazione è una delle esperienze più disturbanti del disturbo di panico: non si teme più soltanto ciò che può accadere nel mondo esterno, ma ciò che può accadere dentro di sé.
In tal modo il sistema nervoso rimane costantemente in stato di allerta, alimentando un circolo vizioso che restringe progressivamente la libertà della persona.
Dal combattere all’ascoltare: la terapia non cura soltanto il sintomo
Approcci orientati al trauma come l’EMDR aiutano la persona a rielaborare non solo il ricordo degli attacchi di panico, ma anche quelle esperienze precoci di perdita, separazione, paura o impotenza che possono aver reso il sistema nervoso particolarmente vulnerabile. L’obiettivo non è solo eliminare gli attacchi di panico, ma permettere al cervello di imparare che oggi una reale minaccia non esiste più. Quando questo accade, il sistema nervoso non ha più bisogno di utilizzare il corpo come unico mezzo per chiedere protezione. E il panico, da nemico incomprensibile, può trasformarsi nel punto di partenza di una conoscenza più profonda di sé.