Perdere
Quando sperimentiamo una perdita, che sia quella di una persona, di un luogo, un’appartenenza, non viene meno soltanto una presenza reale o qualcosa che possediamo, ma spesso una cornice che ci consentiva di riconoscerci e di dare continuità alla nostra esistenza. Il modo in cui ci sentivamo rispecchiati da una persona, chi eravamo in sua presenza, abitudini condivise, una lingua madre, magari un’immagine del nostro futuro.
Ci sono parti di noi che esistono dentro la relazione con l’altro, che sia una persona o un luogo, e che, quando la relazione con esso viene meno, non sanno più dove collocarsi.
Questa è un’esperienza per la quale non esiste una soluzione immediata; occorre, in qualche modo, sostare nell’assenza, tollerare di non sapere ancora che cosa verrà dopo. Non è facile, ma è proprio nella sospensione, in uno spazio ancora privo di significato, che può cominciare a prendere forma qualcosa che non avevamo previsto.
Perdersi
Perdita può non rappresentare soltanto l’esperienza di ciò che viene meno nella nostra vita, ma anche l’esperienza di non sapere più, almeno per un certo tempo, chi siamo senza ciò che abbiamo perduto.
Le relazioni, i luoghi, le appartenenze ci aiutano a sapere chi siamo. Quando queste coordinate vengono meno, possiamo perdere l’orientamento, un’immagine di noi che conosciamo.
Perdersi però non equivale necessariamente a perdere ciò che siamo; talvolta significa perdere il modo in cui abbiamo imparato a essere noi stessi.
Cosa può emergere quando non possiamo più riconoscerci attraverso le coordinate che ci hanno definiti fino a quel momento?
Radici, e quello che resta
Le nostre radici sono composte dai luoghi e la cultura in cui siamo cresciuti, il lessico familiare, le storie che ci sono state raccontate, le persone che ci hanno accolti e anche quelle da cui non ci siamo sentiti riconosciuti.
Con il tempo, queste esperienze si trasformano in una serie di rappresentazioni e coordinate interiori: un senso di continuità, una familiarità con il mondo, la possibilità di sentirci legittimati a esistere.
La continuità del sé però non coincide però necessariamente con la permanenza o la conservazione di tutto ciò che ci ha costituiti. Possiamo perdere il luogo esterno delle nostre radici senza perdere tutto ciò che quelle radici hanno costruito dentro di noi.
La teoria dell’attaccamento di Bowlby ci mostra come le relazioni significative contribuiscano a formare rappresentazioni interne stabili di noi stessi e degli altri. Un legame non coincide con la presenza fisica della persona: può continuare a vivere nella nostra memoria, nelle nostre aspettative e nel modo in cui ci rapportiamo al mondo. Questo non significa certo che la perdita non ci trasformi o che il legame interiorizzato possa sostituire la presenza perduta, ma che l’assenza esterna non corrisponde alla perdita di ciò che quella relazione ha costruito dentro di noi e che siamo chiamati a trovare un modo diverso di portare quel legame dentro la nostra vita.
Possiamo lasciare la nostra terra, perdere la nostra casa o la nostra famiglia e continuare a portare dentro di noi una lingua, dei ricordi, dei modi di sentire, delle immagini e delle relazioni interiorizzate; una certa esperienza delle modalità e dei valori attraverso cui poter abitare il mondo.
Ma cosa resta se perdiamo delle componenti fondanti le nostre radici? Oppure se il passato non ci sostiene più, se le narrazioni che conoscevamo non riescono a esprimere quello che siamo diventati?
Ci sono momenti di snodo della vita in cui noi stessi non riusciamo o possiamo più riconoscerci nell’immagine che, anche attraverso lo sguardo degli altri, ci eravamo rappresentati, nei ruoli che ricoprivamo, nei legami che ci definivano o nel futuro che avevamo immaginato.
Momenti in cui dobbiamo trovare un modo di tenere insieme la nostra storia senza poter ripristinare ciò che abbiamo perduto.
La possibilità di costruire, ricostruire o trasformare le proprie radici interiori può accompagnare l’intera vita. Possiamo ad esempio scoprire che alcune parti di noi non trovano posto in ciò che abbiamo ereditato. Le radici possono trasformarsi, accogliere elementi nuovi, entrare in conflitto con le proprie origini, forse per andare a fondare la nostra identità. A volte dobbiamo proprio costruire nuove forme di continuità.
In questo senso, le radici non sono soltanto ciò da cui proveniamo: sono anche il rapporto che riusciamo a costruire, con ciò da cui proveniamo, integrandolo con le esperienze che facciamo nel corso del tempo che dalle radici progredisce in avanti.
Rappresentazione
E’ centrale, nel lavoro psicologico ma anche in quello letterario e poetico, il rapporto tra esperienza emotiva e possibilità di rappresentarla.
Le parole, come le immagini, collaborano alla possibilità di costruire un’appartenenza ad una narrazione integrata, la propria e unica.
E questo spesso richiede un lungo lavoro.
A volte ciò che viviamo supera, almeno un una prima fase, la nostra capacità di rappresentarlo a parole o con una narrazione unitaria. Le parole abituali possono non bastare più, i significati che utilizzavamo per orientarci possono perdere la loro evidenza.
La poesia può essere interessante proprio perché non richiede sempre un linguaggio lineare, ordinato, razionale. Può procedere per immagini, frammenti, contraddizioni, suoni. Può esprimere qualcosa senza doverlo spiegare completamente.
La poesia e i linguaggi espressivi
La poesia può rappresentare quello spazio in cui l’esperienza della perdita o dello smarrimento non devono essere immediatamente risolte.
Bion ci invita a pensare che non tutto ciò che viviamo sia immediatamente pensabile. L’esperienza emotiva ha bisogno di essere trasformata per poter diventare pensabile. A volte l’esperienza emotiva precede le parole con cui possiamo comprenderla. E forse la poesia ci offre proprio uno spazio in cui ciò che ancora non sappiamo dire può cominciare ad assumere una forma, senza essere costretto troppo presto dentro una spiegazione
La poesia può offrirci uno spazio per questa incertezza: non un luogo in cui trovare una risposta, ma un luogo in cui una domanda può continuare a vivere, trasformarsi e assumere forme che prima non conoscevamo.
Non risolvere un vuoto o cancellare l’assenza, ma dar loro una forma, permetterci di sostare accanto ad essi conservandone il mistero.
Si può cominciare da una parola, da un’immagine, da una contraddizione e consentire all’esperienza di esistere senza obbligarci subito a trasformarla in qualcosa di comprensibile o utile.
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