Il ragazzo nell’inquadratura. Cronaca, giudizio e funzione adulta.

Uno sguardo psicologico sugli agiti violenti degli adolescenti del 17-18 ottobre



Dagli episodi di violenza avvenuti il 17 e 18 ottobre 2026 a Milano sono scaturite molte reazioni e commenti da parte di cittadini, politici, professionisti di diverso tipo.

Il lasciapassare per poter esprimere un’opinione in merito sembra essere la parola d’ordine: condanna. Come se ci fosse un’alternativa a considerare sbagliata la violenza. Quindi la pronuncio subito questa parola: condanna.
Certamente un accento di riprovazione e una sanzione sull’azione violenta vanno mesi, ma spererei che non ci fosse neanche bisogno di dirlo.

Da psicoterapeuta dell’età evolutiva, però, ciò che più mi fa riflettere di fronte agli episodi di violenza giovanile che hanno attraversato Milano in questi giorni è proprio il modo in cui una parte del discorso pubblico sembra aver reagito a essa; con disprezzo e rabbia, come se quegli adolescenti fossero entità estranee comparse improvvisamente sulla scena per minacciarne l’ordine, invece che i figli delle generazioni degli adulti di oggi: noi. Qui e ora.

Ciò che più preoccupa è l’apparente venir meno di quella che chiamerei una buona funzione adulta: la capacità di mantenere nelle proprie riflessioni una posizione sufficientemente salda, responsabile e centrata nell’asimmetria che esiste tra le generazioni. 

L’asimmetria fonda la responsabilità dell’adulto.

Un adulto e un minore non sono sullo stesso piano. Un adulto ha non solo più esperienza e maggiori strumenti per comprendere ciò che accade, ma sopratutto un cervello che funziona in modo differente rispetto a quello di un soggetto in età evolutiva, in quanto giunto a pieno sviluppo, e che consente una differente capacità di regolare le emozioni e di prevedere le conseguenze delle proprie azioni. 

Essere adulti di fronte a un adolescente che agisce con violenza non significa rinunciare a riconoscere la gravità delle sue azioni, ma riuscire a tenere insieme due pensieri: che dati comportamenti siano inaccettabili, e che chi li agisce, soprattutto se è ancora un bambino o un adolescente, abbia bisogno di adulti capaci di comprenderlo, contenerlo e aiutarlo a crescere.

Comprendere non significa giustificare, ma introdurre un pensiero dove rischia di esserci altrimenti soltanto una reazione.

Comprendere, da cum: con, insieme; prehendĕre: prendere, afferrare, cogliere. prendere insieme, afferrare con la mente, abbracciare con il pensiero, non significa giustificare o rinunciare al limite. Piuttosto, assumersi la responsabilità di pensare.

C’è qualcosa di profondamente problematico in una società in cui gli adulti continuano a puntare il dito contro i giovani come se fossero entità cadute dal cielo, prive di legami con il mondo che loro stessi hanno creato. 

Gli adolescenti crescono dentro le relazioni, i modelli culturali, le possibilità e le contraddizioni che noi come società abbiamo contribuito a costruire. Dentro le risorse che non abbiamo saputo offrire, sulle forme di solitudine e di disorientamento che non abbiamo saputo riconoscere.

Quando, in anni di tensione come quelli che stiamo vivendo, esplode la violenza, non possiamo esimerci dal dovere di interrogarci sulle condizioni in cui questi ragazzi stanno diventando adulti: sulle relazioni che incontrano, sulle opportunità che trovano o non trovano, sui modelli di comportamento a cui sono esposti, sulla possibilità o meno di essere aiutati di dare un senso alla propria esperienza e di immaginare un futuro.

Non possiamo non riconoscere che la crescita non avviene nel vuoto e che la responsabilità educativa degli adulti non si esaurisce nel momento in cui un ragazzo trasgredisce e può essere sanzionato. 

Eppure, troppo spesso, di fronte alla complessità, la risposta adulta sembra ridursi alla ricerca di un colpevole su cui concentrare la rabbia e l’incertezza.

Le attuali risposte politiche alla violenza sembrano privilegiare il controllo, la sanzione e l’inasprimento delle misure punitive, come se il problema potesse essere affrontato solo attraverso la repressione. 

Le regole sono necessarie. I limiti sono necessari. La tutela delle persone e degli spazi pubblici è necessaria. 

Ma non possiamo non chiederci se la punizione, da sola, possa rispondere alle domande che la violenza ci pone.

Mi viene in mente un genitore che, di fronte a un figlio che agisce un comportamento distruttivo, si preoccupi immediatamente di stabilire come punirlo e come impedirgli di ripeterlo, senza riuscire prima a fermarsi a comprendere che cosa sia successo. Un genitore deve certamente intervenire con fermezza. E’ una delle componenti di un intervento educativo. 

Ma se la sua unica risposta è la punizione, rischia di perdere proprio l’occasione educativa che quel comportamento, per quanto grave, gli sta offrendo. Soprattutto, l’occasione di pensare a come guarire e prevenire la ferita che la violenza rappresenta. 

Un bambino di undici anni.

Tra le notizie di questi giorni, mi ha colpito la descrizione giornalistica di un ragazzino di undici anni, con il volto coperto, che avrebbe sfidato con arroganza chi lo filmava, “mostrando i grandi occhi azzurri con fare minaccioso”.
Undici anni. “Con fare minaccioso“.

Mi sono chiesta da quale contesto venga quel bambino. Quali esperienze abbia attraversato, quali relazioni lo abbiano accompagnato, quanta paura, rabbia o impotenza possano essersi accumulate dietro un atteggiamento che, dall’esterno, appare soltanto provocatorio e aggressivo.

Non possiamo sapere, sulla base di una descrizione giornalistica, che cosa stesse vivendo quel ragazzino, né attribuire con certezza un significato psicologico al suo comportamento, ma possiamo scegliere quali domande porci.
Mi aspetto che, di fronte a un bambino in azione all’interno di una situazione tanto più grande di lui, gli adulti provino innanzitutto preoccupazione. E compassione. 
Non una compassione che rinuncia al senso critico e al limite, ma una compassione che permette di vedere, dietro il comportamento, una persona ancora in crescita. 
Una persona della quale dobbiamo preoccuparci, anche quando è necessario porre limiti precisi alle sue azioni. 

L’essere umano è biologicamente determinato per provare un istinto di cura, protezione e anche tenerezza verso i cuccioli. A meno che non si tratti di un essere umano con una storia traumatica alle spalle, per via della quale certi atteggiamenti dei più piccoli riattivano in lui delle sofferenze ed emozioni pregresse. Un essere umano con un sistema nervoso in allarme, facilmente riattivabile dalla percezione di una minaccia. Come sta il nostro sistema nervoso, come società adulta? 

Possiamo anche chiederci che cosa significhi, per un bambino di undici anni, arrivare a occupare una scena pubblica essendo esposto pubblicamente e trasformato nel volto di una vicenda di violenza. 
Mi chiedo che cosa comporti e comporterà, per lui, ritrovarsi al centro di titoli, immagini e giudizi. Essere cercato, in prima persona, dai giornalisti. Che cosa possa assorbire la sua mente da tutto questo, quali conseguenze possano avere gli sguardi degli altri, l’umiliazione, la paura, l’eventuale percezione di essere diventato un nemico pubblico.
Ci siamo preoccupati di questo? 
O forse non è così insolito tutto sommato sovraesporre i nostri minori come fossero ridotti alla funzione che rivestono per noi senza riflettere su di loro come soggetti? 

L’adolescente non è un adulto in miniatura

Una parte del problema risiede nella scarsa conoscenza di ciò che l’adolescenza rappresenta sul piano psicologico, neurologico e dello sviluppo.
Continuiamo spesso ad aspettarci che gli adolescenti funzionino come adulti, attribuendo loro intenzioni, capacità di giudizio e strumenti di autoregolazione che sono ancora in via di costruzione.
L’adolescenza è una fase di profonde trasformazioni. Le emozioni possono essere intense e difficili da modulare; il rapporto con il gruppo dei pari può assumere un’importanza enorme; il bisogno di riconoscimento, appartenenza e autonomia può entrare in conflitto con la capacità di valutare le conseguenze delle proprie azioni.
Questo non rende inevitabile la violenza e non la rende meno dannosa. Aiuta, però, a comprendere perché la crescita abbia bisogno di adulti presenti, capaci di contenere, porre limiti, educare e offrire strumenti per trasformare l’impulso in pensiero. Offrire alternative, speranza. Questo non sta avvenendo. 
Un ragazzo non impara a regolare le proprie emozioni semplicemente perché gli viene intimato di farlo. Ha bisogno di incontrare qualcuno che sappia aiutarlo in questo processo, che gli presti temporaneamente le proprie capacità di riflessione quando le sue non sono ancora sufficienti, che sappia opporsi ai suoi comportamenti senza ridurlo a essi.
L’adulto deve poter dire: quello che hai fatto non va bene e non posso permetterti di farlo, ma voglio capire che cosa sta succedendo e aiutarti a trovare un modo diverso di affrontarlo.
È una posizione difficile, perché richiede di tollerare la rabbia senza rispondervi con altra rabbia, di mantenere il limite senza umiliare, di riconoscere la sofferenza senza trasformarla in un alibi.
Richiede, soprattutto, di restare adulti anche quando l’alterità dell’Altro scatena in noi ondate emotive o irrigidimenti.

Concludendo

Una società adulta che reagisce alla violenza dei giovani soltanto con il disprezzo rischia di riprodurre proprio quella logica che vorrebbe combattere: la sopraffazione da parte di chi è più forte, la negazione della complessità dell’altro, la rinuncia a comprendere. 
Non possiamo chiedere ai ragazzi di sviluppare una capacità di riflessione che noi stessi fatichiamo a esercitare, agendo invece sull’onda della rabbia e della paura al posto di tollerare la complessità e formulare domande prima di affrettarsi a dare risposte.
Non possiamo pretendere che sappiano dare un senso alla propria rabbia se rispondiamo alla loro rabbia soltanto con la nostra.
La funzione adulta non consiste nell’essere sempre e solo comprensivi. Però richiede nel mantenere una posizione dalla quale sia possibile pensare, distinguere, contenere e assumersi la responsabilità delle proprie azioni, a che educative. 
Forse la domanda che dovremmo porci ora non è soltanto che cosa stia succedendo ai ragazzi delle ultime generazioni, ma anche che cosa sta succedendo alla nostra capacità adulta di pensarli e prenderci cura di loro. 

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